Cronaca
Pippo Baudo sta bene, è solo una miserabile bufala

Ieri un noto daily magazine, che ci ha ormai abituato alle sue periodiche “sparate”, ha pubblicato una notizia sulle presunte condizioni di salute di Pippo Baudo, indicate come critiche. Siccome in Italia si può dire di tutto ma non toccare la mamma, la pizza e Pippo Baudo… un minimo di apprensione la cosa l’ha destata. Giusto un “minimo”… vista la lunga tradizione di gossip lanciati da questo sito, risultati poi clamorosamente fasulli: vogliamo parlare dellultima sua “bomba”, ovvero quella del recente ricovero in ospedale di Fedez?!? Più che “bomba”… un’innocua miccetta!
La notizia giunge inaspettata
Il valente giornalista (valente? Ma mi faccia il piacere… come diceva Totò) firma un traballante pezzullo, che si apre in questo modo: “Ci è arrivata una notizia che non ci aspettavamo minimamente”. Eh già, perchè un signore di 88 primavere, con alle spalle un cancro alla tiroide debellato tanti anni fa… sarebbe sensazionale che si sentisse poco bene.
La fonte in incognito
L’indiscrezione, arrivata alla direzione del sito attraverso un messaggio di una non meglio identificata fonte (alla quale – a conti fatti – sarebbe opportuno evitare di abbeverarsi…), recita testualmente: “Ciao sono di Roma e vedi che Pippo Baudo sta poco bene in una clinica privata a Roma ha problemi di cuore non lo dice nessuno perché c’è una certa riservatezza sulla cosa! lo ho una ragazza che lavora lì e me l’ha detto. La clinica si chiama al centro mano Roma paideia“.
Questa breaking news ce l’abbiamo solo noi
Il giornalista della testata commenta, a beneficio dei lettori: “Per quanto ne sappiamo avrebbe problemi di cuore e in questo momento sarebbe ricoverato in una clinica privata a Roma. La notizia non si trova da nessuna parte proprio perché il conduttore avrebbe voluto tenere la cosa il più riservata possibile”. Un modo quantomeno surreale per giustificare una poteziale bufala acchiappa-click…
Chiusura… senza applausi
La chiosa, da parte della testata, è degna del tono cabarettistico espresso fino a quel punto: “Siamo certi che quanto detto sia vero e pertanto ci teniamo ad augurare una pronta guarigione per uno dei conduttori più importanti della televisione italiana”. Ma come?!? Prima utilizzi la forma condizionale e poi garantisci sulla fondatezza della sorprendente rivelazione?!? Complimenti, giornalettismo allo stato puro.
La famiglia smentisce
Peccato solo per un piccolissimo particolare: in primis la famiglia, unitamente allo staff del popolare conduttore militellese, poco dopo smentisce completamente la notizia, rassicurando tutti che “Sta bene, non sappiamo chi e per quale motivo è stata data questa notizia, in ogni caso sta bene”.
La bufala è finita, andate in pace
Per fortuna che esistono siti di pseudo-notizie come il responsabile di questo episodio, che contribuiscono a rendere ancora più inebriante il fresco profumo della verità e – parafrasando un altro grande uomo siciliano – rifiutando il puzzo di tutto il resto. Amen.
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Storie vere
Scarpini, fede e fuorigioco: la nazionale di calcio delle suore sogna un mondiale in Vaticano
Le Sister Football Team scendono in campo in pantaloncini e capo scoperto per evangelizzare con il pallone. Suor Francesca: “Il calcio mi ha insegnato l’obbedienza. Oggi sogno di giocare davanti al Papa guarito”

Dal convento al campo, senza mai smettere di sorridere. Con le ginocchiere al posto del rosario e il Vangelo nel cuore, le Sister Football Team sono la prima Nazionale di calcio femminile composta interamente da religiose. E non è uno scherzo. Con pantaloncini, maglietta e niente velo, queste suore entrano in campo per beneficenza, ma anche per evangelizzare. E, perché no, per vincere. Il loro sogno? Un mondiale tutto al femminile, con suore da ogni parte del mondo, giocato in Vaticano davanti al Papa ristabilito.
Un’idea che oggi ha il volto sorridente di suor Francesca Avanzo, 40 anni, religiosa agostiniana di San Giovanni Valdarno, insegnante di religione e attaccante sulla fascia. Una che di pallone se ne intende. “Ho cominciato da piccola, giocando coi maschi a Rovigo, dove sono nata. A dodici anni ero già in una squadra femminile. Mi chiamavano ‘Chica’, ero un maschiaccio, lo sport era la mia passione. Ma il calcio… il calcio era un richiamo irresistibile”.





La nazionale è affiliata alla Lazio e la sua prima presidente è stata suor Paola, volto amatissimo della tv e tifosa sfegatata, scomparsa pochi giorni fa. “È stata la prima a portare le suore nel mondo del calcio – racconta suor Francesca – sfidando i pregiudizi della Chiesa e anche della sua superiora. Un esempio di libertà e coraggio che oggi ci guida come una capitana invisibile”.
In panchina siede Moreno Buccianti, ex calciatore e già allenatore della celebre “Seleçao” dei sacerdoti. A benedire l’iniziativa c’è una lettera di incoraggiamento del Papa in persona, che per le sorelle è ormai una reliquia motivazionale.
Ma com’è giocare da suora in un mondo che ancora fatica a immaginare le religiose fuori dall’oratorio?
“Mai avuto paura delle critiche. Ho consacrato la vita al Signore, non serve un abito per dimostrarlo. E poi, ho ricevuto subito il via libera dalla mia superiora: ha capito che oggi anche il messaggio di Cristo può passare dagli scarpini”.
Suor Francesca gioca esterno d’attacco, non si sente Messi né Ronaldo, ma ha un idolo: “Barbara Bonansea, della Juve e della Nazionale. Mi piacerebbe saper tirare come lei. Il calcio maschile invece mi ha un po’ nauseato: tra genitori che si prendono a botte alle partite dei figli e stipendi miliardari, è diventato un mondo poco etico”.
Le Sister Football Team giocano sul serio. “Sì, partecipiamo per vincere. Siamo competitive. Suor Emilia, per esempio, giocava nella Nazionale romena prima della vocazione. E il nostro ultimo successo è freschissimo: il 23 marzo a Bologna abbiamo vinto 3 a 1, per beneficenza”.
E il calcio, spiega, è uno strumento potente anche per evangelizzare: “Ai bambini parlo di Gesù con le metafore del campo: spirito di gruppo, panchina, sacrificio. È un linguaggio che capiscono”.
La consacrazione, racconta, le è sembrata una naturale prosecuzione delle regole di spogliatoio. “Obbedienza, ascolto, spirito di squadra: se giochi a calcio, entri più facilmente in convento. È come se lo avessi sempre fatto”.
Alla domanda se si sente pronta a giocare per il Papa, suor Francesca non esita. “L’ho incontrato due volte. Ci ha benedette e incoraggiate. Se venisse a vederci, sarebbe il nostro mondiale personale”.
La palla è rotonda, anche per chi ha preso i voti. E in fondo, dice suor Francesca, “non importa se il campo è un prato o il mondo intero: l’importante è continuare a correre verso il bene”.
Mistero
Deceduto Alvaro Mangino: sopravvisse all’incidente aereo delle Ande. Per salvarsi i superstiti furono costretti al cannibalismo

Il disastro aereo delle Ande del 13 ottobre 1972 è una delle storie di sopravvivenza più straordinarie e drammatiche della storia moderna. Il volo 571 delle Forze Aeree dell’Uruguay, un charter che trasportava 45 persone, tra cui la squadra di rugby degli Old Christians Club, amici e familiari, si schiantò contro la Cordigliera delle Ande a causa di un errore di navigazione e condizioni meteorologiche avverse. L’incidente avvenne in un periodo di grande fermento politico e sociale in Sud America. Gli anni ’70 erano segnati da tensioni politiche, dittature militari e movimenti di resistenza. In questo contesto, la tragedia delle Ande attirò l’attenzione internazionale, non solo per la drammaticità dell’evento, ma anche per le decisioni estreme prese dai sopravvissuti.
I superstiti delle Ande costretti a ricorrere all’antropofagia
Dopo lo schianto, inizialmente sopravvissero solo 33 persone. Ma il freddo estremo, le ferite e la fame ridussero il numero a 16. I superstiti, tra i quali l’allora diciannovenne Álvaro Mangino Schmid, furono costretti a ricorrere all’antropofagia. Per sopravvivere si nutrirono dei corpi congelati dei compagni deceduti. La situazione peggiorò ulteriormente quando una valanga colpì la fusoliera, uccidendo altre otto persone. La svolta arrivò quando due dei sopravvissuti, Nando Parrado e Roberto Canessa, decisero di attraversare le Ande a piedi per cercare aiuto. Dopo dieci giorni di cammino, incontrarono un contadino cileno che lanciò l’allarme. Il 22 dicembre 1972, 72 giorni dopo l’incidente, i superstiti furono finalmente salvati.
Una storia che ha ispirato libri e film
Questa tragedia ha ispirato numerosi libri – Snow Society – e i film, Alive (1993) e La società della neve, (2023) che raccontano non solo la lotta per la sopravvivenza, ma anche il coraggio, la solidarietà e la resilienza umana in condizioni estreme. Álvaro Mangino Schmid, uno dei sedici sopravvissuti al disastro aereo si è spento a 71 anni a Montevideo a causa di complicazioni legate a una polmonite. La sua incredibile storia di sopravvivenza ha ispirato il film Netflix e il libro Snow Society, che raccontano la drammatica esperienza vissuta dai superstiti.
Mondo
Volete viaggiare nel Regno Unito? Ora occorre l’ETA. Ecco come funziona e come ottenerla
Volete andare nel Regno Unito per le prossime vacanze di Pasqua? Procuratevi il nuovo certificato ETA, senza il quale non potrete entrare.

Andare nel Regno Unito è un po’ più complicato. Che sia un viaggio di piacere o di lavoro prima di partire è obbligatorio munirsi dell’Electronic Travel Authorisation (ETA). Questo sistema, simile all’ESTA statunitense, è stato introdotto per migliorare la sicurezza e il controllo dei flussi migratori post-Brexit.
Che cos’è l’ETA e chi deve richederlo
L’ETA è un’autorizzazione elettronica che consente di viaggiare nel Regno Unito per soggiorni brevi, fino a sei mesi consecutivi. Non è un visto, ma un permesso digitale associato al passaporto del richiedente. È valido per due anni o fino alla scadenza del passaporto.
L’ETA è obbligatorio per tutti i cittadini europei che non necessitano di un visto per soggiorni brevi. Sono esentati i cittadini irlandesi e coloro che possiedono uno status di immigrazione valido nel Regno Unito.
Come richiedere l’ETA
La richiesta può essere effettuata in pochi semplici passi. Per prima cosa scaricare l’applicazione “UK ETA” disponibile su Google Play o Apple App Store, oppure accedere al sito ufficiale GOV.UK. Compilare un form fornendo i dati richiesti, tra cui informazioni personali, dettagli del passaporto e una fotografia digitale. Quindi bisogna pagare una immancabile tassa di 10 sterline (circa 12 euro). Dal 9 aprile 2025, il costo aumenterà a 16 sterline (circa 19 euro). La maggior parte delle richieste viene elaborata in pochi minuti, ma si consiglia di fare domanda con almeno tre giorni di anticipo rispetto al giorno della vostra partenza.
Cosa succede dopo la richiesta?
Una volta approvata, l’ETA verrà digitalmente collegata al vostro passaporto. Cioè? Non è necessario stampare alcun documento. In caso di rifiuto, il richiedente riceverà una comunicazione con il motivo del rigetto e potrà presentare una nuova domanda. Assicuratevi che il vostro passaporto sia valido per tutta la durata del viaggio. Ma perché è importante ottenere questo documento? L’introduzione dell’ETA ha come suo obiettivo rafforzare la sicurezza delle frontiere e prevenire l’ingresso di individui che potrebbero rappresentare una minaccia. Questo sistema è in linea con le pratiche adottate da altri Paesi, come Stati Uniti e Australia.
Ma l’Europa non sta a guardare…
Anche l’Europa tra qualche mese si compoertarà nello stesso modo nei confronti dei britannici. Da quest’estate, infatti, i cittadini del Regno e tutti gli extra Ue che visiteranno l’Unione Europea per turismo o per brevi periodi non lavorativi, dovranno registrarsi online e pagare 7 euro per ottenere il permesso digitale Etias (European Travel Information and Authorisation System), valido per tre anni e con un limite di permanenza fissato a un massimo di 90 giorni nell’arco di 180.
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