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Harris-Trump: questa notte l’attesissimo duello che può decidere le Presidenziali

Il confronto di Philadelphia, previsto per stanotte, sarà trasmesso in diretta da Abc News e vedrà i due candidati affrontarsi su temi caldi come aborto, immigrazione e politica estera. Con Harris che ha visto sfumare il suo momentum e Trump in rimonta, le scintille non mancheranno.

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    Manca ormai pochissimo al confronto televisivo più atteso dell’anno, quello tra Kamala Harris e Donald Trump. Un dibattito che potrebbe davvero fare la differenza in una campagna elettorale tiratissima, dove ogni punto percentuale può spostare l’ago della bilancia e determinare il prossimo presidente degli Stati Uniti. Con i sondaggi che vedono i due candidati praticamente appaiati, lo scontro potrebbe decidere le sorti delle Presidenziali.

    Nonostante il vantaggio iniziale di Harris, che aveva goduto di un vero e proprio “momentum” dopo la convention democratica di Chicago, la situazione è cambiata radicalmente nelle ultime settimane. Gli ultimi sondaggi mostrano una situazione di equilibrio totale tra i due, con Harris avanti di appena due-tre punti percentuali. E la forbice continua a ridursi.

    La luna di miele di Kamala con gli americani sembra già finita. La promessa di una “nuova via da seguire”, fatta il 22 agosto, sembra aver perso il suo impatto iniziale. Al contrario, Trump, che ha sempre saputo sfruttare al massimo le sue apparizioni televisive, appare in rimonta, grazie anche a un endorsement parziale da parte di Robert F. Kennedy, che ha concluso la sua candidatura indipendente.

    Ma cosa ci si deve aspettare dal dibattito? Innanzitutto, scintille. Su temi come l’aborto, l’immigrazione e le guerre, le posizioni di Harris e Trump non potrebbero essere più distanti. Harris cercherà di mantenere un tono moderato, ma il timore tra i democratici è che possa apparire troppo timida di fronte all’aggressività di Trump, abituato a trasformare ogni confronto in uno spettacolo pirotecnico.

    Dall’altra parte, i repubblicani temono proprio le sparate di Trump. Sebbene sia un habitué degli scontri televisivi, The Donald è noto per le sue dichiarazioni controverse e le sue uscite a effetto, che potrebbero alienare una parte dell’elettorato indeciso. Ed è proprio su questo fronte che si giocherà gran parte della partita: secondo l’ultimo sondaggio del New York Times, il 28% degli elettori è ancora indeciso, e il loro voto potrebbe risultare determinante.

    Il confronto sarà trasmesso in diretta da Abc News stanotte alle 21:00 ora americana (le 3 di notte in Italia) e si terrà a Philadelphia, in uno scenario che promette di essere teso e carico di aspettative. La dinamica degli Swing States, dove Harris è avanti in Georgia, Nevada, Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, mentre Trump è in testa in Arizona e Carolina del Nord, renderà ogni parola, ogni espressione facciale e ogni scambio tra i due candidati, decisivo.

    In un sistema elettorale come quello statunitense, dove il numero dei grandi elettori conta più del voto popolare, il dibattito potrebbe spostare gli equilibri. Trump ha già dimostrato nel 2016 che vincere meno voti popolari non significa perdere le elezioni. E, in una gara così serrata, anche il più piccolo spostamento negli Swing States potrebbe significare la differenza tra vittoria e sconfitta.

    La sensazione è che, dopo il confronto, nulla sarà più lo stesso. Con Harris e Trump così vicini nei sondaggi, il dibattito di Philadelphia potrebbe non solo decidere il futuro degli Stati Uniti, ma anche ridefinire il volto della politica americana per i prossimi anni. Manca poco: appuntamento alle 3 di notte italiane per un confronto che si preannuncia storico.

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      Trump contro i pinguini: dazi anche sulle isole disabitate. Ecco la lista dell’assurdo

      Cosa esportano i pinguini dell’isola Heard? E quali insidie commerciali pone l’ex base militare di Jan Mayen? Mistero. Ma Donald Trump, nella sua crociata contro il libero scambio, decide di tassare anche loro. La lista delle nuove tariffe Usa è talmente vasta e grottesca da colpire anche isole disabitate, fredde, irraggiungibili, e prive di qualsiasi economia reale. Una dimostrazione plastica della furia cieca di chi scambia la politica estera per uno sport da reality show.

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        Se sei un pinguino, preparati a pagare dazio. E se abiti su un’isola senza anima viva, nel mezzo del nulla antartico, meglio che tu ti affretti a costituire un sindacato: Donald Trump potrebbe decidere che sei un nemico dell’America. Già, perché nella nuova lista delle tariffe Usa presentata dall’ex presidente e candidato in pectore dei repubblicani, finiscono anche loro: le isole disabitate. Quelle fredde, inospitali, e soprattutto inutili dal punto di vista economico.

        È il caso delle isole Heard e McDonald, minuscoli lembi di terra persi nell’Oceano Indiano meridionale, patrimonio Unesco, abitati solo da foche, elefanti marini e pinguini reali. Lì non ci vive più nessuno dal 1877, quando i cacciatori di pellicce capirono che la pacchia era finita. L’attività economica – se così si può chiamare – è ferma da quasi centocinquant’anni. Eppure, eccole lì, colpite da una tariffa del 10%. Una mossa che suona come una dichiarazione di guerra a Madre Natura, o forse solo l’ennesimo colpo di teatro di un leader che ha deciso di combattere tutto ciò che non si chiama “America First”.

        Un’isola senza economia reale

        E non è un caso isolato. Jan Mayen, una remota isola vulcanica tra la Groenlandia e la Norvegia, che ospita una stazione meteo e qualche soldato che si alterna con turni da monaco trappista, è stata colpita dalla stessa tariffa. Un’isola che – per la CNN – “non ha economia, né abitanti permanenti, né alcuna reale interazione con il commercio globale”, eppure ora viene trattata come se fosse la nuova frontiera del dumping scandinavo.

        Ex colonia penale

        Ancora più surreale il caso dell’isola di Norfolk, nel Pacifico sud-occidentale. Un tempo colonia penale britannica, oggi ha circa duemila abitanti e vive di turismo, pesca e un po’ di ortaggi. Niente che possa mettere in crisi Wall Street. Eppure, la tariffa per Norfolk è del 29%, ben 19 punti in più rispetto al resto dell’Australia.

        La concorrenza dei pinguini

        Il premier australiano Anthony Albanese l’ha presa con britannico aplomb: «Non credo che Norfolk Island possa davvero rappresentare un concorrente commerciale per la gigantesca economia americana… ma questa scelta dimostra che nessun posto sulla Terra è al sicuro da Trump».

        Nemmeno le foche. Nemmeno i fiordi. Nemmeno i crateri vulcanici coperti di ghiaccio.

        Nuove tariffe doganali

        La lista delle nuove tariffe doganali volute da Trump è talmente lunga, e priva di qualsiasi discernimento logico, da assomigliare a una lista della spesa fatta bendati. Non si tratta più di una strategia commerciale, ma di una sorta di vendetta indiscriminata contro il mondo esterno, animata dalla paranoia che ogni prodotto straniero sia un sabotaggio ai danni dell’economia Usa. Anche quelli provenienti da luoghi dove non esistono fabbriche, né porti, né internet.

        A chi giova tutto questo? Forse solo alla campagna elettorale di Trump, che nella sua visione distorta e muscolare del mondo, ha bisogno continuo di nemici: la Cina, il Messico, il deep state… e ora anche un paio di isolette artiche dimenticate da Dio e dagli uomini.

        Nel frattempo, il mondo intero si chiede se queste scelte abbiano un senso o siano solo l’ennesima trovata da reality show geopolitico, con Trump a fare il protagonista assoluto di una narrazione in cui ogni cosa è una minaccia, ogni scambio è un inganno, ogni prodotto straniero è un cavallo di Troia.

        La CNN e il Guardian hanno provato a tracciare la logica dietro queste decisioni. Ne è emerso solo un grande punto interrogativo, pieno di cifre, sigle, confini tracciati a caso e provvedimenti tanto scenografici quanto inutili. L’effetto reale di questi dazi? Zero impatto sul PIL americano. Ma grande clamore mediatico, come sempre.

        E così, tra una bandiera sventolata e una fake news rilanciata, Trump continua a interpretare se stesso, a disegnare un mondo in bianco e nero dove gli amici si premiano e i nemici si bastonano, anche se si chiamano Jan Mayen o Heard Island e sono abitate solo da pinguini che non hanno mai sentito parlare di Washington.

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          Volete viaggiare nel Regno Unito? Ora occorre l’ETA. Ecco come funziona e come ottenerla

          Volete andare nel Regno Unito per le prossime vacanze di Pasqua? Procuratevi il nuovo certificato ETA, senza il quale non potrete entrare.

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            Andare nel Regno Unito è un po’ più complicato. Che sia un viaggio di piacere o di lavoro prima di partire è obbligatorio munirsi dell’Electronic Travel Authorisation (ETA). Questo sistema, simile all’ESTA statunitense, è stato introdotto per migliorare la sicurezza e il controllo dei flussi migratori post-Brexit.

            Che cos’è l’ETA e chi deve richederlo

            L’ETA è un’autorizzazione elettronica che consente di viaggiare nel Regno Unito per soggiorni brevi, fino a sei mesi consecutivi. Non è un visto, ma un permesso digitale associato al passaporto del richiedente. È valido per due anni o fino alla scadenza del passaporto.
            L’ETA è obbligatorio per tutti i cittadini europei che non necessitano di un visto per soggiorni brevi. Sono esentati i cittadini irlandesi e coloro che possiedono uno status di immigrazione valido nel Regno Unito.

            Come richiedere l’ETA

            La richiesta può essere effettuata in pochi semplici passi. Per prima cosa scaricare l’applicazione “UK ETA” disponibile su Google Play o Apple App Store, oppure accedere al sito ufficiale GOV.UK. Compilare un form fornendo i dati richiesti, tra cui informazioni personali, dettagli del passaporto e una fotografia digitale. Quindi bisogna pagare una immancabile tassa di 10 sterline (circa 12 euro). Dal 9 aprile 2025, il costo aumenterà a 16 sterline (circa 19 euro). La maggior parte delle richieste viene elaborata in pochi minuti, ma si consiglia di fare domanda con almeno tre giorni di anticipo rispetto al giorno della vostra partenza.

            Cosa succede dopo la richiesta?

            Una volta approvata, l’ETA verrà digitalmente collegata al vostro passaporto. Cioè? Non è necessario stampare alcun documento. In caso di rifiuto, il richiedente riceverà una comunicazione con il motivo del rigetto e potrà presentare una nuova domanda. Assicuratevi che il vostro passaporto sia valido per tutta la durata del viaggio. Ma perché è importante ottenere questo documento? L’introduzione dell’ETA ha come suo obiettivo rafforzare la sicurezza delle frontiere e prevenire l’ingresso di individui che potrebbero rappresentare una minaccia. Questo sistema è in linea con le pratiche adottate da altri Paesi, come Stati Uniti e Australia.

            Ma l’Europa non sta a guardare…

            Anche l’Europa tra qualche mese si compoertarà nello stesso modo nei confronti dei britannici. Da quest’estate, infatti, i cittadini del Regno e tutti gli extra Ue che visiteranno l’Unione Europea per turismo o per brevi periodi non lavorativi, dovranno registrarsi online e pagare 7 euro per ottenere il permesso digitale Etias (European Travel Information and Authorisation System), valido per tre anni e con un limite di permanenza fissato a un massimo di 90 giorni nell’arco di 180.

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              Pasqua con Vance: il vice di Trump sbarca a Roma e agita Palazzo Chigi

              Visita programmata tra il 18 e il 20 aprile. Meloni disponibile all’incontro, Salvini rivendica il rapporto diretto, Tajani frena: la diplomazia italiana si ritrova a fare i conti con l’attivismo elettorale made in USA.

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                La visita non è ancora confermata ufficialmente, ma i motori della diplomazia si sono già accesi. Secondo quanto riportato da Bloomberg, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance starebbe programmando un viaggio in Italia tra il 18 e il 20 aprile, in concomitanza con il weekend di Pasqua.

                L’ambasciata americana avrebbe già informato la Farnesina, chiedendo espressamente di organizzare un incontro con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La risposta, da quanto si apprende, sarebbe stata positiva, sebbene il calendario della premier e la complessità del quadro internazionale rendano ancora incerta la conferma.

                La mossa di Vance, senatore dell’Ohio e considerato uno dei principali candidati alla vicepresidenza in un’eventuale nuova amministrazione Trump, si inserisce in un quadro geopolitico in fermento, tra la guerra in Ucraina, il riarmo europeo e il rischio di una frattura sempre più marcata tra Washington e Bruxelles.

                Vance è già stato in Europa nei mesi scorsi: a febbraio aveva partecipato alla conferenza di Parigi sull’intelligenza artificiale e al vertice sulla sicurezza di Monaco, dove aveva ribadito le sue posizioni scettiche nei confronti dell’impegno americano in Ucraina e criticato l’evoluzione “illiberale” di alcune democrazie europee. Una posizione che gli ha attirato la diffidenza di vari partner del continente, ma che ha trovato un’eco inattesa proprio a Roma.

                Vicinanza con Giorgia

                In una recente intervista al Financial Times, Giorgia Meloni ha dichiarato di condividere l’attacco di Vance all’Europa per il presunto abbandono dei valori fondanti della libertà di espressione e della democrazia. “Devo dire che sono d’accordo”, ha affermato la premier, aprendo di fatto un canale di dialogo diretto con uno dei principali esponenti dell’area trumpiana.

                Nuove tensioni tra Salvini e Meloni

                Sul piano politico interno, tuttavia, la visita di Vance rischia di riaccendere le tensioni nella maggioranza. Il vicepresidente americano è considerato vicino a Matteo Salvini, che già lo scorso 21 marzo aveva rivelato di aver avuto una conversazione telefonica di 15 minuti con lui.

                Secondo il leader della Lega, nel colloquio si sarebbe parlato di Ucraina, ma anche della possibilità che l’Italia firmi un contratto con Starlink, la rete di telecomunicazioni satellitari di Elon Musk. Un’apertura che ha fatto storcere il naso al ministro degli Esteri Antonio Tajani, che aveva ricordato come la politica estera sia prerogativa della Farnesina e di Palazzo Chigi, non dei singoli ministri.

                Il viaggio italiano di Vance si inserisce in un contesto di crescente competizione interna alla coalizione di centrodestra, dove è in corso una silenziosa corsa all’accreditamento con la futura — e possibile — amministrazione repubblicana. Un pressing a più mani su Washington che, però, rischia di generare confusione e interferenze tra canali ufficiali e relazioni personali.

                Sul tavolo dell’eventuale incontro con Meloni, oltre al tema dell’impegno europeo nella difesa comune e al conflitto ucraino, ci sarebbero anche i rapporti commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea, e il dossier sempre più strategico della sovranità digitale e tecnologica, a partire dalle infrastrutture satellitari.

                Nel frattempo, anche la stessa presidente del Consiglio avrebbe in programma un viaggio a Washington, benché non sia ancora stata fissata una data. Un incastro diplomatico che potrebbe trovare nella visita di Vance un’occasione per allineare le posizioni in vista delle elezioni americane e degli equilibri futuri della NATO.

                Dall’ufficio del vicepresidente statunitense, per ora, nessun commento ufficiale. Ma la data, che coincide con il Venerdì Santo, la dice lunga sulla volontà di segnare l’agenda anche simbolicamente. E Roma, ancora una volta, si ritrova crocevia di tensioni globali e calcoli politici molto terreni.

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